domenica 5 luglio 2009

Hammer Horrors (30): Il Marchio di Dracula

Similmente a ciò che nello stesso anno accade alla saga di Frankenstein con 'Gli Orrori di Frankenstein', nel 1970 la Hammer decide di produrre un nuovo film di Dracula non facendo un sequel di 'Una Messa per Dracula', ma ripartendo da una 'quasi-rielaborazione' del romanzo di Bran Stoker: il risultato è 'Il Marchio di Dracula' (Scars of Dracula), una pellicola ben diretta da Roy Ward Baker, piacevole ed elegante, anche se Dracula (sempre interpretato da Christopher Lee) perde il fascino romantico dei film precedenti.
Si tratta di un film all'apparenza tradizionale, ma le sottili differenze apportate da Baker ai suoi modelli sonosufficienti a scardinare il significato convenzionale. Innanzitutto, a differenza di quanto ovviene nelle opere di Terence Fisher, il mondo del sovrannaturale (il castello) e quello del quotidiano (il villaggio) non sono separati da una distanza invalicabile, superamento della quale da parte del vampiro rappresenta l'irruzione del Caos, ma coesistono nello stesso luogo, la loro differenza è avvertita da Baker soprattutto come differenza sociale ed economica (come sottolinea anche la rivolta contadina all'inizio del film, le opposizioni metafisiche di Fisher acquistano qui valore politico); inoltre Baker ricorre a una partizione strutturale dei luoghi dell'azione, isolando, dal castello come dal villaggio, due luoghi privilegiati, la cripta di Dracula e la chiesa, che si connotano come i due centri del potere.
In maniera curiosa-
mente contrad-
dittoria, il vampiri-
smo, oltre che in chiave di repressione politica, è interpreta-
to anche come liberazione sessuale, ed è in questa direzione che la scrittura di Baker diventa ancora più trasgressiva, arrivando persino a mostrare la prima soggettiva di un vampiro (nel caso specifico una vampira), attraverso cui lo spettatore si trova spinto a condividerne il desiderio. Per cogliere appieno il valore della trasgressione rispetto alla tradizione Hammer, si osservi che Fisher, in particolare, non solo evita le soggettive, col loro preciso valore di identificazione spettatore/personaggio, ma addirittura i campi-controcampi: il campo-controcampo, infatti, è il procedimento classsico per le sequenze di dialogo e nell'universo manicheo di Fisher non c'è possibilità di alcuna comunicazione fra Bene e Male. Ma proprio questa volontà di trasgredire ad ogni costo rende 'Il Marchio di Dracula', nonostante le brillanti intuizioni, un film non del tutto riuscito, seppur di gradevole intrattenimento, lontano dalla bellezza dei capolavori fisheriani.

4 commenti:

Paolo Motta ha detto...

La seconda locandina sembra vagamente quella di un porno0__0

°°°MaTtEo ha detto...

Senza parole le tue recenzioni sono incredibbili...sei una cultrice DOC..=D

Francesca Paolucci ha detto...

x Paolo:
Sì, a quel tempo le locandine dei film horror si incentravano spesso e volentieri sull'erotismo.

Francesca Paolucci ha detto...

x Matteo:
Grazie per i complimenti!