Mi ero allontanato da casa sotto l'incantesimo del sole al crepuscolo. Dovevo giungere alle mura del castello per assistere ai fuochi di San Giuseppe, il 19 marzo. Era una festa fantastica nella sua semplicità: i contadini accendevano i fuochi, e il buio e il freddo, che ancora era presente, si attenuavano. L'atmosfera era magica.Giunto finalmente in cima, mi appoggiai alle mura antiche e mirai i tanti fuochi che come lucciole si estendevano per tutta la valle, che a poco a poco diveniva pianura, congiungendosi dolcemente con il mare. Sentivo il rumore lieve della sorgente che passa immediatamente sotto al castello; la guardai, rimanendone veramente incantato: l'acqua illuminata dalla luna diventa fantasticamente scintillante, e quella notte era particolarmente brillante. Lo sguardo ne seguiva l'intero percorso, e più in basso vidi una giovane donna, interamente vestita di bianco, che mi guardava con occhi neri e profondi come gli abissi; la sua pelle diafana si distaccava dal bianco delle vesti solo per luminosità. Era ferma, immobile, ma era come se mi chiamasse a sé.
La raggiunsi; ero di fronte a lei, ma non parlava. Era bella come una dea. Sembrava non respirare: era come se incarnasse in sé la vita, ma al tempo stesso la morte. "Cosa cerca, signora?... Si è persa?". Lei mi rispose: "Cerco il mio tesoro, ciò che mi fu tolto: i miei figli, uccisi perché frutto di un amore peccaminoso. Tu li hai visti?". Non riuscii a parlare. Lei allora si allontanò da me, però io la seguii: dovevo capire, e poi non potevo resistere al richiamo che la splendida dama bianca aveva su di me. Sentivo come un silenzioso, impercettibile grido maledetto, profondo e insidioso, come il canto delle sirene, che portavano i marinai a schiantarsi contro gli scogli e a morire. L'urlo d'angoscia che la signora emetteva non mi lasciava e mi trafiggeva l'anima.
Si fermò di nuovo; era di spalle: io mi avvicinai e glie le sfiorai. Lei si girò, il suo viso rigato da lacrime di sangue, e disse: "Anch'io pagai con la mia vita: fui murata viva!". Ero paralizzato. Pur potendo non volli fuggire, non cercai di spezzare quell'incantesimo che mi teneva legato a quell'essere senza nome. La dama mi sfiorò il volto con le mani e disse: "Se le mie vesti cadranno vedrai misteri senza fine, e se schiuderai le labbra i miei baci avranno per te la fragranza di un frutto che ti scioglierà il cuore. Avvicinati, e perditi fra i miei capelli, e inebriati del mio corpo!". Poi le sue labbra si avvicinarono alle mie e la passione si unì al terrore: sentivo ogni energia abbandonarmi e provai la sua ferocia e il suo furore; voleva un'unica sola cosa: vendetta su tutti i vivi! Si trasformò in un incubo personificato e combattei a lungo per risvegliarmi. Sentii sulla pelle ogni tortura che aveva provato: la lama fredda della spada che lacerava le mie carni, il fuoco, i morsi della fame. Mi trovai immerso in orribili boschi dove non spuntava mai il sole e il mio cammino era ostacolato da radici sporgenti. Sentivo le mie gambe precipitare inesorabilmente in profonde, nere paludi. Vedevo in lontananza le fiamme di fuochi che danzavano e sentivo orribili ululati di lupi. Sentii chiaramente la furia animalesca della donna, le sue urla di piacere e di morte. Vidi l'inferno e sentii il pulsare della vita. Poi tutto cessò. Tutto.
7 commenti:
Bello anche questo breve racconto... rendi bene le atmosfere gotiche...
Grazie Zano, apprezzo molto le tue visite e i tuoi commenti; continua a visitare il blog e a lasciare le tue impressioni!
Molto bello e poetico... brava Francesca!
Grazie mille, Luigi!
Ottimo racconto!
molto bello il racconto!!! complimenti! bello anche il disegno che vedo vicino al titolo del blog è bellissimo!!!
Grazie Paolo! Grazie Ste!
Posta un commento