Camminavo sempre lungo la stessa strada, quella che mi portava al conservatorio. Incontravo persone con sorrisi strani e occhi spenti. Mi giravo e iniziavo a correre via; un muro enorme mi bloccava: l'ansia prendeva il sopravvento e il respiro mi mancava... poi mi svegliavo, sudato e sconvolto. Erano passati due anni da quel giorno, e la mia vita era cambiata completamente: il professore mi aveva lasciato tutto quello che possedeva. Fui convocato dal suo notaio e quando fu letto il testamento rimasi esterrefatto nell'apprendere che ero il suo unico erede. Smisi di insegnare e tornai a suonare il piano a tempo pieno. Ma l'ossessione per aver perso Isabella mi perseguitava. Sapevo di lei perchè compravo i suoi dischi: era diventata davvero brava, una promessa del jazz. Il suo suono era divenuto travolgente ed originale, completato da una tecnica perfetta. Quando venni a sapere che si sarebbe esibita a Bologna mi dissi che dovevo assolutamente rivederla. Ma più mi avvicinavo al momento di incontrarla e più la paura mi soffocava. Di fronte alla porta del locale per un attimo pensai di andarmene. Poi mi ritrovai dentro, seduto ad un tavolo, già al mio terzo martini, quando il suono dolce del pianoforte introdusse il sax di Isabella. Era lì, a pochi metri da me, finalmente, eppure non la riconoscevo. Suonava con soave delicatezza e aumentava sempre di più l'intensità della melodia: riusciva a fluttuare fra le note come sole poche altre volte avevo sentito, quando cioè esisteva quella cosa chiamata 'genialità', che riesce a creare un'unica alchimia fra l'uomo e lo strumento, e non s'impara sui libri o con l'esercizio, ci si nasce.Per due ore suonò senza pause. Ero incantato, ma i suoi occhi non avevano più nulla di quella luce di ingenua solarità. Era bellissima, sensuale, ma triste, inquieta; io la conoscevo e quella non era Isabella. Era sparita senza lasciare traccia e quando era ricomparsa era divenuta di colpo una geniale sassofonista. Continuavo a ripetermelo nella mia mente, e qualcosa mancava: Isabella non aveva mai avuto quell'assoluta genialità che fa la differenza fra un semplice esecutore e un musicista. Un terribile, assurdo pensiero cominciò allora a farsi strada dentro di me: se davvero quello spartito di cui aveva parlato il professore fosse esistito, solo Isabella avrebbe potuto averlo preso quella notte dalla casa. E se in qualche modo quello spartito aveva causato la distruzione prima mentale e poi fisica del professore, allora anche Isabella poteva essere in pericolo. Dovevo assolutamente parlarle.
Al termine del concerto provai a richiamare la sua attenzione, ma due energumeni mi bloccarono spingendomi via. Lei si voltò, mi guardò, ma sembrò non riconoscermi, e sparì dietro le quinte. Avendo saputo in precedenza in quale albergo alloggiava mi ci precipitai in macchina, e mentre parcheggiavo l'auto poco distante l'ingresso la vidi entrare: persino la sua camminata non era la sua, così sensuale e sicura. Entrai anch'io e sentii che chiedeva la chiave della sua stanza. Rimasi per alcuni minuti fermo nella hall, titubante: forse sarei dovuto andare via, lasciar perdere, ma sapevo che se poi le fosse davvero successo qualcosa il rimorso per averle rovinato la vita mi avrebbe perseguitato continuamente. Non visto, salii le scale e fui al suo piano. Non ero giunto ancora alla sua camera che sentii un pianto, di nuovo quel pianto, e una voce, di sicuro non di Isabella: corsi alla sua porta, rimasi fermo un attimo, e di nuovo come una cantilena il pianto, soffocato. Sfondai la porta. La stanza era buia, illuminata solo dalla luce esterne di un lampione. Isabella era in piedi accanto al letto, impietrita; allungò le braccia verso di me, come per chiedere aiuto. Urlava: "Non voglio! Vattene! Lasciami libera!". Sentii all'improvviso una risata diabolica che usciva dal nulla e vidi gli occhi di Isabella pieni di paura. Scappava nella stanza come posseduta da un male profondo. La volevo fermare ma, come mossa da una furia cieca, mi spinse via. L'afferrai per le braccia, le urlai di darmi lo spartito, che l'avrei distrutto: mi guardò e iniziò a piangere; sembrava essere tornata in sè. La lasciai. Fece qualche passo indietro dicendo "Perchè a me?", poi di scatto si girò verso la porta della terrazza, aperta, e sali sulla ringhiera. Piangeva disperata e ripeteva urlando "Basta! Basta!". Cercai di raggiungerla, ma in un silenzio agghiacciante si gettò giù. Rimasi lì fermo, con le mani appoggiate a quella gelida, maledetta ringhiera, incapace di salvarla. Quella forza oscura che sapevo essere ancora lì continuava ad ossessionarmi, senza tregua nè pietà.
(continua)
















































