martedì 31 luglio 2012

La Melodia (parte seconda: Isabella)

Camminavo sempre lungo la stessa strada, quella che mi portava al conservatorio. Incontravo persone con sorrisi strani e occhi spenti. Mi giravo e iniziavo a correre via; un muro enorme mi bloccava: l'ansia prendeva il sopravvento e il respiro mi mancava... poi mi svegliavo, sudato e sconvolto. Erano passati due anni da quel giorno, e la mia vita era cambiata completamente: il professore mi aveva lasciato tutto quello che possedeva. Fui convocato dal suo notaio e quando fu letto il testamento rimasi esterrefatto nell'apprendere che ero il suo unico erede. Smisi di insegnare e tornai a suonare il piano a tempo pieno. Ma l'ossessione per aver perso Isabella mi perseguitava. Sapevo di lei perchè compravo i suoi dischi: era diventata davvero brava, una promessa del jazz. Il suo suono era divenuto travolgente ed originale, completato da una tecnica perfetta. Quando venni a sapere che si sarebbe esibita a Bologna mi dissi che dovevo assolutamente rivederla. Ma più mi avvicinavo al momento di incontrarla e più la paura mi soffocava. Di fronte alla porta del locale per un attimo pensai di andarmene. Poi mi ritrovai dentro, seduto ad un tavolo, già al mio terzo martini, quando il suono dolce del pianoforte introdusse il sax di Isabella. Era lì, a pochi metri da me, finalmente, eppure non la riconoscevo. Suonava con soave delicatezza e aumentava sempre di più l'intensità della melodia: riusciva a fluttuare fra le note come sole poche altre volte avevo sentito, quando cioè esisteva quella cosa chiamata 'genialità', che riesce a creare un'unica alchimia fra l'uomo e lo strumento, e non s'impara sui libri o con l'esercizio, ci si nasce.
Per due ore suonò senza pause. Ero incantato, ma i suoi occhi non avevano più nulla di quella luce di ingenua solarità. Era bellissima, sensuale, ma triste, inquieta; io la conoscevo e quella non era Isabella. Era sparita senza lasciare traccia e quando era ricomparsa era divenuta di colpo una geniale sassofonista. Continuavo a ripetermelo nella mia mente, e qualcosa mancava: Isabella non aveva mai avuto quell'assoluta genialità che fa la differenza fra un semplice esecutore e un musicista. Un terribile, assurdo pensiero cominciò allora a farsi strada dentro di me: se davvero quello spartito di cui aveva parlato il professore fosse esistito, solo Isabella avrebbe potuto averlo preso quella notte dalla casa. E se in qualche modo quello spartito aveva causato la distruzione prima mentale e poi fisica del professore, allora anche Isabella poteva essere in pericolo. Dovevo assolutamente parlarle.
Al termine del concerto provai a richiamare la sua attenzione, ma due energumeni mi bloccarono spingendomi via. Lei si voltò, mi guardò, ma sembrò non riconoscermi, e sparì dietro le quinte. Avendo saputo in precedenza in quale albergo alloggiava mi ci precipitai in macchina, e mentre parcheggiavo l'auto poco distante l'ingresso la vidi entrare: persino la sua camminata non era la sua, così sensuale e sicura. Entrai anch'io e sentii che chiedeva la chiave della sua stanza. Rimasi per alcuni minuti fermo nella hall, titubante: forse sarei dovuto andare via, lasciar perdere, ma sapevo che se poi le fosse davvero successo qualcosa il rimorso per averle rovinato la vita mi avrebbe perseguitato continuamente. Non visto, salii le scale e fui al suo piano. Non ero giunto ancora alla sua camera che sentii un pianto, di nuovo quel pianto, e una voce, di sicuro non di Isabella: corsi alla sua porta, rimasi fermo un attimo, e di nuovo come una cantilena il pianto, soffocato. Sfondai la porta. La stanza era buia, illuminata solo dalla luce esterne di un lampione. Isabella era in piedi accanto al letto, impietrita; allungò le braccia verso di me, come per chiedere aiuto. Urlava: "Non voglio! Vattene! Lasciami libera!". Sentii all'improvviso una risata diabolica che usciva dal nulla e vidi gli occhi di Isabella pieni di paura. Scappava nella stanza come posseduta da un male profondo. La volevo fermare ma, come mossa da una furia cieca, mi spinse via. L'afferrai per le braccia, le urlai di darmi lo spartito, che l'avrei distrutto: mi guardò e iniziò a piangere; sembrava essere tornata in sè. La lasciai. Fece qualche passo indietro dicendo "Perchè a me?", poi di scatto si girò verso la porta della terrazza, aperta, e sali sulla ringhiera. Piangeva disperata e ripeteva urlando "Basta! Basta!". Cercai di raggiungerla, ma in un silenzio agghiacciante si gettò giù. Rimasi lì fermo, con le mani appoggiate a quella gelida, maledetta ringhiera, incapace di salvarla. Quella forza oscura che sapevo essere ancora lì continuava ad ossessionarmi, senza tregua nè pietà.
(continua)

lunedì 30 luglio 2012

Music Masterworks (6): Sarah Vaughan [with Clifford Brown] (Sarah Vaughan)

Sarah Vaughan
SARAH VAUGHAN
(with Clifford Brown)

Brani (nella sequenza del cd Poll Winners, non corrispondente a quella dell'album originale):
1) September Song (Weill-Anderson)
2) Lullaby Of Birdland (Shearing-Foster)
3) I'm Glad There Is You (Madeira-Dorsey)
4) You're Not The Kind (Hudson-Mills)
5) Jim (Rose-Petrillo-Shawn)
6) He's My Guy (Raye-DePaul)
7) April In Paris (Hamburg-Duke)
8) It's Crazy (Field-Rodgers)
9) Embraceable You (Gershwin-Gershwin)

Musicisti:
Sarah Vaughan: voce
Clifford Brown: tromba
Herbie Mann: flauto
Paul Quinichette: sax tenore
Jimmy Jones: piano
Joe Benjamin: contrabbasso
Roy Haynes: batteria

Arrangiamenti di Ernie Wilkins

Registrato a New York il 16 e il 18 dicembre 1954.

Il disco d'esordio di Sarah Vaughan s'intitolava in origine semplicemente 'Sarah Vaughan', ma nelle varie riedizioni è conosciuto anche con il titolo 'Sarah Vaughan with Clifford Brown' o 'Sarah Vaughan featuring Clifford Brown'. Il cast è eccezionale: oltre a Clifford Brown alla tromba, ci sono Herbie Mann al flauto, Paul Quinichette al sax tenore ed una sezione ritmica formata da Jimmy Jones al pianoforte, Joe Benjamin al contrabbasso e Roy Haynes alla batteria. Si tratta di un disco che amo molto, anche perchè contiene la mia versione preferita di 'Lullaby Of Birdland', uno standard che la Vaughan rivisita instaurando attraverso le pause e lo scat un dialogo fantastico con il flauto di Mann, ma l'album è ricolmo di altre perle musicali, come 'You're Not The Kind', eseguita con sensibilità e passione, o l'emozionante 'April In Paris', o 'It's Crazy', che mette in risalto non solo la bellezza del canto, ma anche la perfezione dei fiati (bella la performance di Quinichette), o la bellissima 'Embraceable You'. Inutile dire che su tutto svetta, magnifico e conturbante, il suono della tromba di 'Brownie'. Un disco fondamentale per la collezione di tutti gli amanti del jazz cantato.

domenica 29 luglio 2012

La Melodia (parte prima: Il professore)

Seduto al piano pongo dolcemente la mano sui tasti e note strane, intense, vive ne fuoriescono, e la mia mente vola indietro, e ricordo Isabella. Ricordo quella mattina quando la vidi correre sconvolta giù dalle scale del conservatorio di Bologna: stava piangendo, ed io che l'amavo da sempre non potevo vederla così disperata. Teneva forte fra le braccia la custodia del suo sassofono. Era dolce e quasi sempre solare; fu proprio il suo sorriso chiassoso a colpirmi, e solo una cosa poteva turbarla tanto: qualcuno doveva aver toccato la sua musica. Si sarebbe diplomata in composizione e sax.
Decisi di avvicinarla; lei mi guardò sgranando i suoi grandi occhi neri, ed io avrei voluto baciarla. Mi raccontò con quanto cinismo il professore di composizione la criticò dicendole che, per quanto avesse studiato o si fosse esercitata, non avrebbe mai superato la soglia della sufficienza. Decisi di aiutarla e le proposi di accompagnarmi dal mio vecchio insegnante di pianoforte. Quando le feci il suo nome le si stampò un enorme sorriso sul viso e gli occhi, prima colmi di lacrime, tornarono ad illuminarsi. Sembrò una bambina di fronte al tanto agognato regalo. Il professore era stato in passato un famoso pianista jazz, ed io ebbi la fortuna di essere un suo allievo, e lo seguii in vari suoi concerti; poi all'improvviso si ritirò. Non disse mai il perchè, ma fece capire che gravi problemi di salute lo bloccarono. Da qualche anno non lo sentivo più, ma ero certo che una mia visita gli avrebbe fatto piacere.
Il mattino seguente passai a prendere Isabella e partimmo. Il professore abitava sulle colline bolognesi. Quando arrivammo rimasi colpito nel vedere la sua casa, che ricordavo bellissima, in uno stato che sembrava quasi d'abbandono. Bussai alla porta e venne ad aprirmi una donna che disse di essere l'infermiera del professore. La cosa non mi piacque per niente. La donna ci disse che il professore non stava bene, che era affetto da una grave forma di esaurimento e si era isolato, non volendo più vedere nessuno. Io insistetti, con modi anche un po' bruschi, che volevo vederlo: non potevo deludere Isabella. Entrammo e fummo accompagnati nello studio del professore. La stanza era nella penombra e non lo vidi subito, poi scorsi la sua sagoma seduta su di un'enorme poltrona e lo chiamai. Si alzò con uno scatto, visibilmente infastidito, e si avventò contro di me, poi si bloccò, mi scrutò. Lo chiamai di nuovo per nome. Continuava a guardarmi senza parlare. Anche Isabella non parlava, sentivo solo la sua mano stringere sempre più il mio braccio. Il professore uscì dalla penombra e lo vidi finalmente in viso: smagrito, con gli occhi che sembravano fuori dalle orbite. Indietreggiai, quasi inorridito. Anche lui mi chiamò per nome, si avvicinò e mi abbracciò, dicendomi di parlare piano perchè qualcuno poteva sentire. Non capii cosa voleva dire e pensai che la sua malattia l'aveva distrutto. L'uomo che conoscevo era vitale, energico e fisicamente possente, ed ora mi trovavo di fronte ad una larva umana.
Con estrema fatica ci fece accomodare. Continuava a sussurrare come se qualcuno lo stesse spiando, ma quando gli presentai Isabella e gli dissi cosa voleva fare, sembrò riprendersi. Iniziò a suonare il piano: sembrava avere la stessa energia e bravura di un tempo. Guardai Isabella: sembrava ipnotizzata da quella musica. Iniziai a sentire un inspiegabile disagio e il mio respiro cominciò a farsi affannoso: avevo bisogno d'aria. Uscii di corsa fuori. Mi raggiunse, mentre ero di spalle, facendomi trasalire, l'infermiera e mi disse di portare via la ragazza e di non tornare più. Le chiesi cosa stesse succedendo; lei mi guardò per un attimo in silenzio, poi disse di non poter parlare e se ne andò. Sentii il suono del sax di Isabella e rientrai. Sono certo che in quella stanza non c'eravamo solo noi tre, percepivo una presenza prepotente, ma forse stavo impazzendo, non so. Non riuscivo a suonare con loro, volevo andarmene, ma quando il professore ci invitò a rimanere anche per la notte non feci in tempo a rispondere di no che Isabella mi anticipò ed accettò. Non potevo lasciarla sola con lui.
A cena non si accorsero nemmeno di me. Forse ero solo geloso. Decisi di trovare l'infermiera per chiederle di nuovo cosa stesse accadendo. Messa alla strette, mi rivelò che già da qualche anno il professore soffriva di una forma violenta di schizofrenia, con sdoppiamenti di personalità. Di notte talvolta nello studio iniziava a suonare sempre più forte, urlava, cambiava il tono della voce, e spesso si sentivano rumori di soprammobili infrangersi, poi scoppiava in un pianto inconsolabile e senza fine. Le cure non lo aiutavano. Ogni giorno era sempre peggio.
Quella sera Isabella andò a dormire quasi immediatamente, stremata da tutte le emozioni che aveva vissuto. L'amavo ogni giorno di più, ma sapevo di non poter essere contraccambiato: e come poteva amarmi, lei così giovane ed io ultraquarantenne? Mi coricai, ma non riuscivo a dormire per il tumulto di pensieri che vagavano nella mia testa. Fui interrotto dal suono del piano: erano le tre. Poi un fragoroso rumore di oggetti che si infrangevano. Pensai al professore. Mi precipitai giù dalle scale. Sentivo urla, imprecazioni irripetibili, ma allo stesso tempo un pianto inconsolabile. Il professore, ne ero certo, non era solo. Provai ad aprire la porta. L'infermiera cercò di impedirmelo, ma non le diedi retta. Sapevo che era in pericolo. Così la sfondai ed entrai. Nel buio, interrotto solo dalla luce che entrava attraverso la porta aperta, vidi il professore a terra: sembrava svenuto. Corsi a soccorrerlo. Quando fui su di lui, sentii un'energia pesarmi addosso, e occhi che mi fissavano. Mi girai di scatto: là in un angolo della stanza, potrei giurarlo, c'era qualcosa.
Le urla di Isabella che mi chiamava mi fecero voltare indietro verso di lei, ferma sulla porta e con gli occhi terrorizzati. Andai da lei e la portai via, dicendo all'infermiera di non perderla di vista. Il professore era ancora a terra; i suoi occhi sbarrati e privi di luce fissavano qualcosa di orrendo di fronte a lui. Si raggomitolò su sè stesso, terrorizzato. Chiamai l'ambulanza. Lo presi in braccio come un bambino e lo portai fuori. Si strinse a me, nascondendo il viso sulla mia spalla. Gli diedero l'ossigeno e mentre lo stavano caricando sull'ambulanza mi afferrò un braccio e mi implorò di distruggere lo spartito di 'E Tenebris In Lucem'. L'infermiera entrò con lui nell'ambulanza. Io riportai a casa Isabella, completamente sconvolta per quello che aveva visto. Per tutto il viaggio non disse una parola. Mi sentivo in colpa, l'avevo delusa.
Il giorno dopo andai in ospedale a trovare il professore, ma non me lo fecero vedere: era in psichiatria e in isolamento. Il medico mi disse che era completamente catatonico, incapace di qualsiasi relazione. Andai a casa sua per cercare quello spartito. Nel suo studio tutto era caos. Cercai tutto il giorno, ma di uno spartito intitolato 'E Tenebris In Lucem' non trovai traccia, tanto che mi convinsi che fosse davvero pazzo, ed io forse mi ero fatto suggestionare. Stavo quasi per andarmene quando trovai quello che sembrava un diario: era la calligrafia del professore. Lessi alcuni suoi pensieri: "Cercai disperatamente la melodia, vagai per trovarla. Poi la vidi, era seduta davanti a me, mi guardava. Io mi avvicinai, la implorai di aiutarmi. Lei lo fece sghignazzando. Ora vago guardandomi le spalle; il suo respiro non mi dà pace. Dove posso nascondermi? Lei, come un segugio, è sempre sulle mie traccie". Non riuscivo a pensare, provavo solo inquietudine, perchè, anche se non volevo ammetterlo con me stesso, sapevo bene che quello che avevo percepito quella notte non era follia. Qualsiasi cosa fosse, dopo qualche giorno seppi che il professore era morto nel sonno. Cercai Isabella per dirglielo, ma non la trovai. Si era ritirata dal conservatorio, e anche a casa sua mi dissero che era partita, ma non mi vollero spiegare nè dove fosse, nè il perchè.
(continua)

venerdì 27 luglio 2012

Senza rimorso

Stavo fissando già da cinque minuti la porta della casa, da cui fuoriscivano tenui rumori. Feci un lungo e profondo respiro, poi strinsi dolcemente le dita attorno al grilletto. Smisi di pensare e sferrai un violento calcio alla porta, che si spalancò emettendo un forte fragore. All'ingresso c'erano tre uomini e due donne. Sollevai il mitragliatore, liberando la mente da ogni immagine, e come cieca d'emozioni sparai, e sparai ancora. Sentivo solo i bossoli cadere e vedevo i corpi vibrare sotto la mia furia e afflosciarsi senza emettere nessun suono. Dal buio di un corridoio uscì un altro uomo, che veniva verso di me allungando le braccia, come per fermarmi. Fissai i suoi occhi, pieni di paura. Ma la sua paura non mi avrebbe fermato, e sparai, senza nessun rimorso.
Ero rimasta finalmente sola, circondata solo da corpi morti: i loro visi deformi, che la vita già da tanto tempo aveva lasciato, i loro occhi vuoti, spenti, ma forse con brevi reminiscenze di ricordi che non esistono più in questo mondo distrutto e in putrefazione, che non ha più spazio per i vivi come me.

mercoledì 25 luglio 2012

Il viaggio

Guidai tutta la notte e giunsi al mare che il sole non era ancora sorto. L'aria fredda e il rumore delle onde che sìinfrangevano sugli scogli riuscivano a darmi quella tanto anelata pace. Non entrai nemmeno in casa, volevo vedere l'alba in cima alla scogliera.
M'incamminai lungo il sentiero guardando il mare, disteso, calmo, e i primi pescherecci che prendevano il largo. La brezza si fece più frizzante. Felice giunsi in cima; rimasi dritta sulla scogliera e allargai le braccia, volevo sentire il vento che entrava prepotente nelle mie vesti. Non so come, nè perchè, un'energia mi spinse avanti. Il sole sorgeva lentamente innanzi a me. Ad un tratto i miei occhi si spalancarono. Rividi ergersi gli antichi monti di Angamur, vestiti di nero e con cappucci bianchi, che come maschere sembravano voler nascondere i loro visi orrendi, e ricordai le vecchie leggende che parlavano delle montagne costruite con i corpi dei cavalieri che volevano sfidare il male in esse celato. Da grande scoprii che non erano leggende, ma l'orrenda verità. Ero di nuovo in sella al mio cavallo e lo spronai, dirigendomi verso di loro per vendicare il sangue di mio padre. Sussurri demoniaci, così familiari, mi arrivarono alle orecchie, odore di zolfo su per le narici. Il grande albero era ancora lì, segnava il punto di non ritorno, e ancora bruciava senza distruggersi mai; i rami erano corpi che urlavano straziati. Continuai ad avanzare e finalmente lo percepii: era invisibile ed enorme, l'aria ne era pregna. Sentivo il suo fiato uscire dalle viscere della terra. Le parole, per quanto bene dette o scritte, non possono descrivere la mostruosità a cui stavo assistendo: incrociai il suo sguardo, o quello che pensavo lo fosse. Scorsi la paura dentro la mia mente, ma non abbassai gli occhi, nè mi voltai indietro per fuggire. Strinsi la spada che fu di mio padre e la sguainai, alzandola verso il cielo. Il suo urlo m'investì come vento di tempesta, e legioni di dannati si scagliarono contro di me. Li infilzai uno per uno e resi il cielo rosso del loro fetido sangue. Poi ci fu silenzio, lungo, interminabile, assordante e terrificante. Dalle rocce fuoriuscirono enormi tentacoli: si protendevano verso di me per afferrarmi. Ne recisi alcuni, ma erano sempre di più. Ne fui circondata. Venni presa e sollevata in alto, verso le nubi: potevo toccarle. Sentivo la stretta dei tentacoli sempre più forte, soffocante, e quando tutto sembrava finire e il respiro abbandonarmi mi sentii precipitare.
Precipitavo lungo le varie dimensioni del tempo; non mi era chiaro ciò che stavo vivendo, o rivivendo, o solo percependo, e mi risvegliai. Ancora in macchina, i ricordi tornarono a poco a poco alla mente: in realtà non ero mai giunta al mare; ero stanca e mi fermai lungo la strada, addormentandomi. Scesi, mi guardai attorno, andai verso il portabagagli, lo aprii e la vidi: era ancora lì. La mia spada.

martedì 24 luglio 2012

Chet Baker plays Bob Zieff


Il nome di Bob Zieff sarà sconosciuto ai più: un compositore d'avanguardia di Boston che per anni ha cercato invano di far conoscere le proprie composizioni nel disinteresse più totale dei produttori discografici. Chet Baker era uno dei pochissimi ad amare i lavori di Zieff ed incise anche alcuni dei suoi brani, come questo 'Ponder', registrato nel 1957 ma rimasto inedito per più di quarant'anni a causa del rifiuto della casa discografica Pacific Jazz di includerlo in uno degli album del trombettista.

lunedì 23 luglio 2012

Music Masterworks (5): The President plays with the Oscar Peterson Trio (Lester Young)

Lester Young
THE PRESIDENT PLAYS
With The Oscar Peterson Trio

Brani (nella sequenza del cd Lonehill):
1) Ab Lib Blues (Young)
2) Just You, Just Me (Green-Klages)
3) Tea For Two (Youmans-Caesar)
4) Indiana (Hanley-McDonald)
5) These Foolish Things (Link-Maschwitz-Strachey)
6) I Can't Get Started (Gershwin-Duke)
7) Stardust (Carmichael-Parish)
8) On The Sunny Side Of The Street (McHugh-Fields)
9) Almost Like Being In Love (Lerner-Loewe)
10) I Can't Give You Anything But Love (McHugh-Fields)
11) There Will Never Be Another You (Warren-Gordon)
12) I'm Confessin' (Neiburg-Dougherty-Reynolds)
13) Two To Tango [Two Takes] (Hoffman-Manning)

Musicisti:
Lester Young: sax tenore (e anche voce su 13)
Oscar Peterson: piano
Barney Kessell: chitarra
Ray Brown: contrabbasso
J. C. Heard: batteria

Registrato a New York il 28 novembre 1952.

Bonus tracks dell'edizione in CD:
14) St. Tropez (Young-Peterson-Edison)
15) Love Is Here To Stay (Gershwin-Gershwin)

Musicisti:
Lester Young: clarinetto (14), sax tenore (15)
Oscar Peterson: piano
Harry 'Sweets' Edison: tromba
Herb Ellis: chitarra
Ray Brown: contrabbasso
Louie Bellson: batteria

Registrato a Hollywood il 31 luglio 1957.

'The Pres' ('il Presidente') riusciva con il suo sax tenore ad avere una straordinaria capacità espressiva; il suo tono leggermente soffiato rendeva grande ogni tema che finisse tra le chiavi del suo strumento. Non sono d'accordo con quei critici che ritengono valide solo le incisioni precedenti al 1944, cioè prima che Lester Young fosse chiamato alle armi (esperienza che lo devasterà sia fisicamente che - soprattutto - mentalmente), trovo ad esempio questo album inciso nel 1952 estremamente emozionante. Young, aiutato dall'affiatamento perfetto con Oscar Peterson (piano), riesce a raggiungere vette di eccezionale espressività: in tutti i brani si riesce a cogliere talvolta la sua spavalderia, talvolta la sua profonda fragilità. Curiosa 'Two To Tango', dove possiamo ascoltare 'Pres' anche cantare.
Nell'edizione cd in mio possesso sono state anche incluse due registrazioni effettuate (sempre con Peterson al piano) nel 1957, ma le condizioni di salute oramai pietose in cui versava il sassofonista ne hanno condizionato pesantemente la riuscita artistica.
In ogni caso lui per me è e sarà sempre il mio Sweet Lester.

domenica 22 luglio 2012

Music Masterworks (4): Jazz At Massey Hall (The Quintet)

The Quintet
JAZZ AT MASSEY HALL

Brani:
1) Perdido (Tizol-Lengsfeider-Drake)
2) Salt Peanuts (Gillespie-Clarke)
3) All The Things You Are (Hammerstein-Kern)
4) Wee (Gillespie)
5) Hot House (Dameron)
6) A Night In Tunisia (Gillespie-Paparelli)

The Quintet:
Charlie Parker: sax contralto
Dizzy Gillespie: tromba
Bud Powell: piano
Max Roach: batteria
Charles Mingus: contrabbasso

Registrato dal vivo al Massey Hall, Toronto, il 15 maggio 1953.

Questo disco del 1953 è una delle più importanti registrazioni dal vivo della storia del jazz, e vede riuniti sullo stesso palcoscenico, al Massey Hall di Toronto, le punte di diamante del bebop: Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker (che per problemi contrattuali compare con il nome di Charlie Chan, nome ispirato al celebre ispettore cinese creato dal giallista Earl Derr Biggers, protagonista di una serie di romanzi e di pellicole, o forse più probabilmente al nome della moglie Chan) al sax contralto, Bud Powell al pianoforte, Charles Mingus al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Sono cinque personalità gigantesche che faticano a convivere sullo stesso palcoscenico, e a dire il vero pare che ci fu molta tensione fra loro, specie quando Parker si presentò - cosa che gli accadeva di sovente - senza il suo saxofono e se ne dovette chiedere in prestito uno (un Grafton, di plastica). Quando però si riesce a creare alchimia il risultato è unico, impossibile da eguagliare. Parker è il solito genio creativo, e sforna una serie di impressionanti assoli in grado di togliere il fiato a chiunque ascolti. Gillespie non gli è inferiore, col suo suono frizzante e ricco d'energia. Powell, nonostante i suoi conosciuti problemi di salute, sembra lucido e riesce a suonare in maniera sublime. Mingus si amalgama al gruppo in modo discreto, unendosi a un Roach in gran forma: i due creano una sezione ritmica da sballo, che pulsa vitalità, sostenendo in modo eccezionale Powell. Si tratta di un disco da avere assolutamente, non solo perchè bellissimo musicalmente, ma anche perchè importante documento storico che vede Dizzy Gillespie e Charlie Parker per l'ultima volta insieme.

sabato 21 luglio 2012

Acque Oscure

Un vascello nero mi cullava su acque tempestose, e vele bianche si ergevano come sciabole, squarciando cieli scuri e spaventosi. Venti agitati e lontani, in apparenza, si erano fatti sempre più vicini, rendendo l'aria densa e acre.
Antichi bastioni mi apparvero, e là creature gigantesche dalla forma indicibile dispiegavano le loro putride ali infernali: i loro corpi brulicanti di larve insanguinate recavano orrore alla mia vista.
Ferma sul ponte della nave, col vento che muoveva i miei capelli e le mie vesti nere, sguainai la grande spada e attesi l'inevitabile.

venerdì 20 luglio 2012

Noblesse


Dedicato al compositore Ray Noble, 'Noblesse' è sempre stato uno dei miei brani preferiti di Gerry Mulligan.

giovedì 19 luglio 2012

Music Masterworks (3): Time Out (Dave Brubeck Quartet)

Dave Brubeck Quartet
TIME OUT

Brani:
1) Blue Rondo A La Turk
2) Strange Meadow Lark
3) Take Five
4) Three To Get Ready
5) Kathy's Waltz
6) Everybody's Jumpin'
7) Pick Up Sticks

Tutti i brani sono composti da Dave Brubeck eccetto 'Take Five', composto da Paul Desmond.

1 e 7 registrati il 18 agosto 1959.
2 e 3 registrati l'1 luglio 1959.
4, 5 e 6 registrati il 25 giugno 1959.
Tutti i brani registrati ai 30th Street Columbia Studios.

Prodotto da Teo Macero

Dave Brubeck Quartet:
Dave Brubeck: piano
Paul Desmond: sax contralto
Eugene Wright: contrabbasso
Joe Morello: batteria

Quando l'album 'Time Out' uscì nel 1959 fu accolto freddamente dalla critica specializzata, ma con molto calore dal pubblico: le vendite del disco, che diventò un grande successo commerciale, furono spinte con forza dal singolo 'Take Five', divenuto poi uno dei brani più conosciuti della storia del jazz. L'ascolto parte in maniera entusiasmante con 'Blue Rondo A La Turk', dove il pianoforte di Brubeck procede con abilità ed energia in una ritmica inusuale (9/8), poi si congiunge al sax di Desmond, che ritorna ai tempi classici del jazz (4/4). Brubeck, anche grazie ai suoi studi classici, sperimenta nel campo della composizione e della ricerca dei ritmi sempre con indiscutibile abilità, e Joe Morello (batteria) e Eugene Wright (contrabbasso) non si fanno mai cogliere alla sprovvista dalla singolari metriche care al pianista, avventurandovisi con estrema naturalezza. Ma il vero punto di forza del quartetto è Paul Desmond che interviene destreggiandosi tra ritmi dispari senza sacrificare la melodia e l'improvvisazione: la sua sonorità sempre 'pura' emerge con delicatezza e originalità.

martedì 17 luglio 2012

Music Masterworks (2): The Washington Concerts (Charlie Parker)

Charlie Parker
THE WASHINGTON CONCERTS

Brani:
1) Fine And Dandy (Swift-James)
2) These Foolish Things (Strachey-Link-Marvell)
3) Light Green (Potts)
4) Thou Swell (Rodgers-Hart)
5) Willis (Potts)
6) Don't Blame Me (McHugh-Fields)
7) Medley:
Something To Remember You By (Schwartz-Dietz) / Blue Room (Rodgers-Hart)
8) Roundhouse (Mulligan)

Musicisti:
Charlie Parker: sax contralto
con l'Orchestra di Joe Timer:
Ed Leddy, Marky Markowitz, Charlie Walp, Bob Carey: trombe
Earl Swope, Rob Swope, Dan Spiker: tromboni
Jim Riley: sax alto
Jim Parker, Angelo Tompros, Ben Lary: sax tenori
Jack Nimitz: sax baritono
Jack Holliday: piano
Mert Oliver: contrabbasso
Joe Timer: batteria

Registrato dal vivo al Club Kavakos, Washington, D.C., il 22 febbraio 1953

Bonus tracks dell'edizione in CD:

9) Ornithology (Parker-Harris)
10) Out Of Nowhere (Heyman-Green)
11) Cool Blues (Parker)
12) Anthropology (Gillespie-Parker)

Band:
Charlie Parker: sax contralto
Jack Holliday: piano
Franklin Skeete: contrabbasso
Max Roach: batteria

Registrato dal vivo all'Howard Theater, Washington, D.C., l'8 marzo 1953

13) Scrapple From The Apple (Parker)
14) Medley:
Out Of Nowhere (Heyman-Green) / Now's The Time (Parker)

Band:
Charlie Parker: sax contralto
Bill Shanahan: piano
Charlie Byrd: chitarra
Mert Oliver: contrabbasso
Don Lamond: batteria
Musicista ignoto: congas
Zoot Sims: sax tenore (solo su 14)
Charlie Walp: tromba (solo su 14)
Kai Winding, Earl Swope: tromboni (solo su 14)

Registrato dal vivo all'Howard Theater, Washington, D.C., il 18 ottobre 1952

Quando ho ascoltato per la prima volta 'The Washington Concerts' ricordo di aver pensato che era uno dei dischi di musica jazz più belli e più intensi che avessi mai ascoltato. Mio marito poi mi raccontò che Parker non suonava con il suo sax, perchè a causa della dipendenza dalla droga lo aveva appena portato al banco dei pegni per aver subito dei contanti per una dose: quella sera, il 22 febbraio 1953, quando si esibì a Washington in un concerto con la big band del batterista Joe Timer, suonò un sax di plastica che gli rimediarono al volo, non trovando di meglio. Io non potevo crederci, vista la perfezione del suono, così pensai fosse la solita leggenda metropolitana per aumentare il mito. Lessi tutto ciò che si poteva trovare per sapere la verità e ho avuto la conferma: quella sera 'Bird' suonò un sax di plastica bianco, per capirci, uno di quelli che si regalano ai bambini, e nessuno avrebbe potuto cavarci una nota decente, ma lui, in forte stato d'alterazione per la droga e non avendo fatto prove, affrontò ogni brano con eccezionale sicurezza. Nonostante il sax di plastica, il suo suono vola libero, senza limiti, con un'intensità esecutiva ed emotiva unica. Proprio per questo ritengo sia veramente un disco fondamentale da avere.

lunedì 16 luglio 2012

Horror Icons (86): La Casa Che Grondava Sangue

'La Casa che grondava sangue' (The House That Dripped Blood, 1970, regia di Peter Duffell) è un film a episodi prodotto dalla britannica Amicus. Il filo conduttore è dato dalle indagini condotte da un ispettore di Scotland Yard che cerca di svelare il mistero della scomparsa di un noto attore; le sue indagini lo portano ad una tenebrosa casa.

Il primo episodio vede uno scrittore di thriller divenire bersaglio di orrende intenzioni da parte del malvagio protagonista del suo ultimo romanzo: è tutto frutto della sua immaginazione?

Il secondo episodio vede protagonista un sempre sublime Peter Cushing ed una misteriosa ed affascinante statua di cera.

Il terzo episodio, dove si può ammirare anche un sempre bravo Christopher Lee, ci presenta una bambina in odor di stregoneria.

Il quarto ed ultimo episodio è all'insegna della parodia, dove un attore specializzato in parti da vampiro finisce per diventarlo davvero: quest'ultimo episodio è senza dubbio il peggiore e spegne ogni divertimento. Neanche la presenza di una bellissima Ingrid Pitt riesce a riscattare la troppa ovvietà della storia.

Nel complesso 'La Casa Che Grondava Sangue' è un film più che apprezzabile, con un buon cast impreziosito da mostri sacri come Cushing e Lee, ma che ha il difetto di una sceneggiatura che - seppur firmata da Robert Bloch - manca di corposità e originalità.